Dormire poco a 50 anni espone ad un maggiore rischio di demenza: gli esperti spiegano perché è importante un buon riposo notturno

Esisterebbe una correlazione tra dormire poco e la maggiore esposizione al rischio di sviluppare demenza, come evidenziato dalle indagini di uno studio pubblicato su Nature Communications. Si tratta di un ampio studio che ha dedotto che le persone che non dormono a sufficienza, nell’età compresa tra i 50 e i 60 anni, hanno maggiori possibilità di sviluppare demenza in età avanzata.

Anche se lo studio ha chiarito l’importanza del riposo notturno, ha anche ribadito che non tutti i soggetti che sono soliti dormire poco sono inclini alla demenza, in quanto si deve tenere conto di altri fattori come la qualità del sonno e la posizione.

Lo studio ha comunque riscontrato un aumento del rischio, confermando che chi dorme meno di 6 ore a notte sarebbe maggiormente propenso ad andare incontro a casi di demenza dopo i 70 anni.

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Lo studio, che si inserisce nel filone delle indagini su sonno e declino cognitivo, ha cercato di appurare se dormire poco possa causare la demenza. La ricerca ha esaminato quasi 8.000 persone di 50 anni, in Gran Bretagna: il campione è stato seguito nel lungo periodo, per circa 25 anni.

Il team di ricerca ha notato che le persone che hanno riferito di dormire poco, meno di 6 ore a notte, con costanza, andavano incontro nel 30% dei casi al rischio di sviluppare demenza nei tre decenni successivi. Un trend in aumento rispetto a coloro che contavano su un sonno normale, dormendo regolarmente 7 ore per notte.

Dormire poco a 50 anni espone ad un maggiore rischio demenza

Il parere degli esperti sulla correlazione tra dormire poco e rischio di demenza

La dottoressa Kristine Yaffe, professoressa di neurologia e psichiatria presso l’Università della California, ha riferito al New York Times: “È improbabile che tre decenni prima le difficoltà nel sonno siano un sintomo di demenza. Per questo lo studio fornisce prove evidenti che il riposo notturno difficoltoso è davvero un fattore di rischio”.

Luigi Ferini Strambi, direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, ha affermato a sua volta: “Deve essere chiaro che il sonno non è un optional. Il sonno di breve durata può effettivamente portare a un maggior rischio di sviluppare malattie neurodegenerative […]”.

Durante la lunga indagine, i ricercatori hanno monitorato quante ore i soggetti hanno detto di aver dormito tra il 1985 e il 2016. Al termine dello studio si sono identificati 521 partecipanti con diagnosi di demenza, con età media di 77 anni, i quali condividevano altri fattori di rischio quali: diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, indice di massa corporea.

Per esaminare più approfonditamente la relazione tra dormire poco e demenza, il team di esperti ha suddiviso i soggetti colpiti da malattie mentali prima dei 65 anni, in quanto la depressione costituisce un rilevante fattore di rischio di demenza.

Ma anche questo studio, come le precedenti ricerche sul tema, si è arenato su un punto che costituisce un limite della ricerca: la raccolta di dati soggettivi, ma non tutte le persone hanno la percezione esatta di quanto dormono.

Inoltre gioca un ruolo decisivo la quantità di riposo notturno in sonno profondo (stadio 3 non-REM), nel corso di questa fase il sistema glinfatico funziona meglio. Sarebbe quindi fondamentale condurre una più precisa valutazione qualitativa e non solo quantitativa, in quanto il sonno profondo consente di scongiurare il deterioramento cognitivo.

Il soggetto abituato a dormire poco potrebbe andare incontro a malattie neurodegenerative perché quando si resta a lungo svegli i neuroni restano attivi, con conseguente produzione di una maggiore quantità di beta-amiloide, la proteina che si deposita nelle placche dell’Alzheimer. Quindi è cruciale un sonno qualitativamente e quantitativamente soddisfacente per eliminare la proteina dal cervello e ridurne la produzione.

Il ruolo della posizione mentre si dorme

Si deve inoltre fare attenzione alla stessa posizione durante il riposo notturno in quanto tende ad avere un impatto sull’insorgenza delle malattie neurodegenerative.

Gli esperti hanno scoperto che chi ha malattie neurodegenerative tende a dormire poco ed in posizione supina, che grava sul corretto funzionamento del sistema glinfatico, deputato alla pulizia del cervello. Invece il sistema glinfatico funziona meglio quando si dorme sul fianco.

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Recenti indagini hanno sottolineato che il sonno è importante nei soggetti come forma di protezione contro le aggressioni del Covid. Alcuni studi cinesi si sono soffermati su due diverse categorie di soggetti: i buoni dormitori ed i cattivi dormitori. Dal confronto è emerso che avevano ricevuto una prognosi meno favorevole e maggiori ingressi in terapia intensiva i soggetti abituati a dormire poco.

Il professor Ferini Strambi ha precisato che il sonno ha un impatto cruciale sul funzionamento del sistema immunitario, e questo gioca un ruolo decisivo anche sulla vaccinazione. “Chi nella notte seguente alla vaccinazione dorme in maniera regolare sviluppa più anticorpi rispetto a chi dorme poco. Lo dimostrano studi fatti sulla vaccinazione contro l’epatite e l’influenza” – ha detto Strambi.

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